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ANNI LUCE - Salvatore Manzi

a cura di Stefano Taccone

«Coloro che vorrebbero sapere quel che è Dio e studiarlo,
sappiano che è proibito; diventerebbero folli».
Jan van Ruysbroeck

Lambire un mistero lontano anni luce

Lucio Anneo Seneca - lo stoico eretico della Roma del I secolo d. C. -manifesta la sua eccentricità rispetto alla corrente filosofica fondata da Zenone di Cizio – tra l’altro – prodigandosi in lunghe riflessioni sull’universo, sul mistero delle sue origini, della sua essenza e del suo funzionamento – si veda il suo capolavoro, Epistulae morales ad Lucilium (62-65 d. C.). La tradizione stoica – Seneca lo sa bene – quasi vieta di occuparsi se non dell’interiorità e dunque la speculazione cosmologica è pressoché interdetta. Il pensatore e drammaturgo originario della penisola ispanica compie perciò tale incursione non senza avvertire quasi il bisogno di discolparsi per questo suo slittamento, come a prevenire le critiche che sa gli verranno dagli altri membri della sua “famiglia filosofica”, ma anche evidentemente travolto dalla sua stessa irrefrenabile spinta a guardare al di fuori ed oltre, piuttosto che soltanto al di dentro. Alla fine proclama inutili tutte queste elucubrazioni, conscio dell’impossibilità dell’uomo di conoscere un universo così sterminato, ma rivendica anche il diritto di praticarle se ciò risulta fonte di diletto.
[ Cfr. L. A. Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 65 d. C., trad. it. Lettere morali a Lucilio, a cura di F. Solinas. Prefazione di C. Carena, Einaudi, Torino, 2004.]
In realtà a Seneca vanno riconosciute grandissime intuizioni, sia considerando l’epoca in cui scrive e sia rapportandole alla nostra. È forse anacronistico ad esempio il suo riconoscimento – ancora nelle Epistulae – dell’umanità degli schiavi – «“Servi sunt.” Immo homines. “Servi sunt.” Immo contubernales. “Servi sunt.” Immo humiles amici. “Servi sunt.” Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae» -, oltre che fatto per quel tempo straordinario, tenendo presente – se non altro - che solo due secoli prima, nel suo De agri cultura (160 a. C.), un altro pur illustre scrittore latino, Marco Porcio Catone, decreta che gli schiavi non hanno un’anima e sono solo un instrumentum parlante per creare guadagno e capitale?
[ Cfr. M. P. Catone, De agri cultura, 160 a. C. ca., trad. it.  L' agricoltura, a cura di L. Canali e E. Lelli, A. Mondadori, Milano, 2000.]
Tuttavia nel caso della questione cosmologica a Seneca manca ancora un piccolo tassello – fatto giustificabilissimo data la rigidità della dottrina stoica di cui è imbevuto – per comprendere che quando si occupa di essa non si sta abbandonando ad un mero lusus - parola con la quale i latini indicavano appunto il gioco inteso quale evasione dalla realtà –, ma sta piuttosto ampliando i confini di quella ricerca sull’io – che peraltro gli permette di assurgere al grado di primo celebre filosofo esistenzialista della storia, con millenovecento anni di anticipo sull’esistenzialismo propriamente detto!
Più tardi, in età rinascimentale, il rapporto tra microcosmo – l’uomo - e macrocosmo – l’universo – apparirà chiaro. Si consideri il pensiero dell’umanista e cardinale tedesco Niccolò Cusano, il quale è però – sulla scorta di Socrate - ancora consapevole della “dotta ignoranza” dell’uomo rispetto all’infinità che lo circonda. Quest’ultima è cioè irriducibile alla sua ragione, eppure proprio attraverso tale ragione l’uomo – titolare peraltro del suo pur minuscolo infinito – è in grado di comprendere che esiste il mistero del cosmo – e di Dio, che per Cusano è in tutte le cose -, anche se non potrà mai comprenderlo.
[ Cfr. N. Cusano, Apologia doctae ignorantiae, 1449, trad. it. in Id., Tutte le opere filosofiche, teologiche e matematiche, a cura di E. Peroli, Bompiani, Milano, 2017.]
Si è ancora distanti anni luce – è proprio il caso di adoperare questa espressione - da scivoloni come quello del noto cosmonauta sovietico Jurij  Gagarin - o di chi per lui -, le cui lontane radici pure nello stesso umanesimo quattrocentesco di Cusano e tanti altri vanno ricercate! Egli, essendo diventato il primo uomo della storia ad orbitare intorno alla Terra (1961), affermerebbe infatti: «Non vedo nessun Dio quassù». Il mancato uso dell’indicativo è d’obbligo, dato che pare non esita alcuna registrazione delle comunicazioni che riporti tale sortita
[ Cfr. Полная стенограмма переговоров Юрия Гагарина с Землей с момента его посадки в корабль (за два часа до старта) до выхода корабля "Востока-1" из зоны радиоприема, in “The Cosmic World”, http://www.cosmoworld.ru/spaceencyclopedia/gagarin/index.shtml?doc10.html] e potrebbe dunque essere nient’altro che l’effetto di un’interpolazione della propaganda sovietica,
[ Cfr. V. Petrov, Did Yuri Gagarin Say He Didn’t See God in Space?, in “Православие и мир”, Москва, 12 april 2016; http://www.pravmir.com/did-yuri-gagarin-say-he-didnt-see-god-in-space/, trad. it. Jurij Gagarin ha detto di non avere visto Dio nello spazio?, nel portale della parrocchia ortodossa del Patriarcato di Mosca a Torino, 12 aprile 2016, http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=31&id=1168] ma questo non muterebbe il discorso di fondo.
Se Salvatore Manzi in questa occasione si apre al discorso sull’universo non lo fa certo per rinnegare, nello spirito (pseudo)gagariniano, quella che è la sua poetica, fortemente improntata al rapporto tra arte e spiritualità – in particolare d’impronta cristiana –, che conduce ormai, attraverso continue rivoluzioni – più che evoluzioni -, da lungo tempo, più di un decennio! Egli ben comprende, mi racconta, «la questione dell'addensamento e del diradarsi delle particelle organiche, del coagularsi e del frammentarsi, dello stare insieme e della solitudine, del ritrovarsi estremamente ravvicinate e dell’ allontanamento», ovvero ben avverte i ritmi cosmici. Non per questo però si illude di aver compreso i segreti del tutto, anzi più sperimenta questi ritmi più diviene consapevole del loro mistero – e qui ritorna la “dotta ignoranza” cusaniana, a sua volta debitrice del “non sapere” socratico.
Il mistero – nozione peraltro centrale in ogni pratica religiosa che si basi su un concetto di fede, il cristianesimo senz’altro, ma non esclusivamente! – è forse la parola chiave di tutto il suo progetto! Le sculture colorate, i dipinti, le installazioni ed i video che Salvatore mette in mostra non costituiscono altro che un raddoppiamento materializzato del continuo divenire degli elementi di cui è costituito lo spazio siderale e non solo, fino al piacevole scacco che prova colui che si abbandona ai suoi flussi, ricordando una situazione forse non troppo lontana dal sublime kantiano:
[ Cfr. I. Kant, Critica del giudizio, a cura di M. Marassi, Bompiani, Milano, 2004 (seconda ed. con la Prima introduzione alla critica del giudizio, 2015).]
«I miei oggetti sono il prodotto di una sorta di Big Bang, di una specie di esplosione di questa Creazione! È come se aleggiassero. E quando si toccano lo fanno secondo una logica che io fingo di aver inteso, ma resta un mistero. Sono incontri misteriosi che puoi solo visualizzare...» Visualizzare è per l’artista «tentare di stabilire per loro un'armonia. È attraverso questa armonia che immagino la possibilità di contatto!».
La proposta di Salvatore assurge così quasi a indegno tributo che l’arte dell’uomo innalza all’ “arte” di Dio. Indegno come l’uomo che, nella dottrina cristiana, viene salvato dalla grazia guadagnata dal sacrificio di Cristo. Ma tributo anche nobile perché traccia della facoltà umana di entrare in contatto - anche se non di decifrare ed assimilare completamente il linguaggio attraverso il quale si esprime – con questa seconda tipologia di “arte”, ancora una volta come l’uomo nella visione tipica del cristianesimo, che sulla Terra non può mai sapere pienamente che cos’è stare di fronte a Dio - «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è», scrive l’apostolo Giovanni nella sua Prima lettera -, eppure può sperimentarne attraverso la preghiera la Sua presenza o attraverso i Suoi prodigi la sua potenza; e nell’uno e nell’altro caso è uno sperimentare l’immensità del suo amore!
«E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’Oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi»,
[ Cfr. Agostino, Confessiones, 397-398 d. C., trad. it. Le confessioni, Fabbri editori, Milano, 1996, p. 280]
scrive Agostino da Ippona nelle sue Confessioni,
un’osservazione che messa così potrebbe quasi sembrare un monito alla spiritualità ed all’opera di Salvatore, auspicando un ritorno alle origini dello stoicismo e, perché no, ad un’arte che si focalizzi sulla dimensione morale dell’uomo – come quella dell’età ellenistica, non a caso contemporanea al momento di maggiore fioritura della tendenza filosofica che Seneca già supera, approssimandosi assai sensibilmente al nascente cristianesimo – anche se il suo sodalizio con l’apostolo Paolo non può dirsi fondato storicamente
[ Cfr. AA. VV., Seneca e i cristiani, Vita e pensiero edizioni, Milano 2001; Seneca, San Paolo. Lettere, a cura di M. Tondelli, Archinto Editore, Milano, 2005. ] -
e precorrendo la dissoluzione della tavola dei valori del mondo antico. Eppure nulla ha a che fare realmente il celebre aforisma agostiniano con il guardare al di là di Salvatore, che solo scopre - con i suoi specifici mezzi plastico-visivi e non, come Cusano ed altri, con la speculazione teorica – la permeabilità e corrispondenza assolute tra infinitamente piccolo ed infinitamente grande, senza pretendere di spiegarle integralmente con gli elementi della ragione, come troppo spesso, al più tardi dall’Illuminismo in poi, parte dell’umanità crede possibile – e ancora dall’ubriacata illuminista, o peggio ancora, positivista, non siamo affatto rinsaviti, malgrado gli oltre trent’anni di postmoderno!
Il complesso delle opere dimostra, del resto, una grande apertura a diversi livelli di significati e letture, tuttavia rappresenta anche un veemente attacco contro ogni scienzolatria, contro qualunque discorso del tipo «Dio non esiste perché se esistesse lo avremmo già scoperto», impressionante affermazione proveniente dalla bocca di un bambino iperdotato cerebralmente che Walter Veltroni intervista nel suo documentario I bambini sanno (2015), pensiero che molti filosofi, scienziati e matematici tra i più blasonati al mondo sarebbero oggi tranquillamente pronti a sottoscrivere. Chi pensa in tal modo non desista dal visitare Anni luce! Arrivi però psicologicamente preparato ad un confronto cordiale ed amichevole, ma anche molto impegnativo!


Stefano Taccone
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