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NISTAGMO - Aniello Barone


a cura di Antonello Scotti

“…Tu sai che il temperamento del ricercatore ha bisogno di due qualità fondamentali: sanguigno nell’esperimento, critico nel lavoro.” Questa considerazione di Freud, in una lettera alla sua futura moglie, del 21 aprile 1884, suggerisce un metodo di studio, per un’anamnesi diagnostica, la quale può dare indizi, a chiunque voglia, di addentrarsi nelle materie inconosciute dell’esistenza. Forse ogni studioso, ogni ricercatore, ogni uomo-donna, ogni artista e poeta, aperti ad ogni ambito disciplinare, ad ogni stile, perché ostili a gabbie preordinate e stigmatizzate, sempre disinteressati ad ogni convenienza-connivenza, dovrebbero orientarsi. Cercatori, viaggiatori, incuranti degli obiettivi, e delle finalità, col solo piacere di conoscere, non possono precludersi nessuna strada. L’uomo-la donna, che ama trovare il luogo remoto del destino del tempo, è geologo e archeologo, astronomo e astrologo, astronauta e argonauta dell’immaginario. Analista dei gesti e dei sogni i quali, dall’inizio del tempo facciamo e ripetiamo. Gli stessi gesti e sogni, sempre più castigati e rimossi dalla consunzione operata dalla struttura mercantilistica e consumistica, imposta dal sistema della finanza che con un atto di forza silente e subdolo, ha decretato la sua, come unica possibilità per la sopravvivenza delle masse addomesticate e settorializzate.

In una dimensione dove la traccia contaminante dell’uomo si fa sempre più prepotente e dissociante, dove lo stesso uomo ha perso il suo orizzonte primario e dove il tempo è saturo di social, smarrendo del tutto il tempo della socialità, il tempo del suo determinarsi come essere senziente e cosciente della propria umanità, la macchina si pone al di sopra della storia dell’uomo e della storia della terra. Nella sua dimensione totalizzante, nel suo porsi come antidoto alla fatica immane atta a stabilire il predominio della cultura sulla natura, l’uomo, meccanizzato e digitalizzato, deve far fronte ad un rimosso remoto dal quale non saprà di certo a breve districarsi. In questo tempo dove le immagini sono maciullate e di sovente annichilite del loro primario senso, rendere visibile l’invisibile, si innesta quest’ultimo lavoro di Aniello Barone.

Aniello Barone è un docente di fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma, innanzitutto, un ricercatore che utilizza l’immagine fotografica, tracciata da dispositivi fotografici, per svolgere la sua perpetua ricerca di analisi delle grammatiche che costituiscono le immagini. Lui è sempre curioso e avventuroso, a svolgere le maglie strette del fotografico, declinato, per cultura e anima, più alla messa in discussione che alla conferma di ciò che traspone. Come ogni ricercatore, fa del dubbio la sua condizione mentale, sposta con costanza la sua attenzione per carpire i remoti segni incorporati nell’immaginario dei luoghi frequentati, sia nel suo quotidiano, sia per frequenza di letture. Infatti nel caso del lavoro qui presentato dal titolo Nistagmo che prende il nome da un disturbo dei bulbi oculari, un disturbo il cui sintomo, rappresenta qui plasticamente, una causa, storico-sociale, che diventa chiara metafora di quanto da tempo la nostra civiltà meccanicistica e consumistica ci obbliga a vivere: l’occhio non trova più un punto fermo sullo schermo del mondo. In questo stato costrittivo, il nostro sistema visivo, ma di fatto tutto il sistema dei sensi, è costantemente affetto da una mancanza di messa a fuoco del futuro dell’uomo sulla terra. L’uomo del cosiddetto Antropocene ( alla moda ), è ingabbiato in un…Ambiente artificiale, creato dall’uomo, ostile, che mette a repentaglio la stessa vita di chi ha costruito questo paesaggio…Quindi, un luogo, l’orizzonte, sempre in movimento ma sempre “uguale” a sé stesso: visione, cultura ingabbiata come la nostra costruzione della realtà. Paesaggio fatto di certezze ma anche di angosce, se ti fermi. Allora è meglio non fermarsi, il rumore, il tic tac della macchina, distraggono ma nello stesso tempo mettono sicurezza, come il battito del cuore di una madre, che nell’ascoltarlo, il figlio, si addormenta, si tranquillizza, si anestetizza. Così Barone definisce questo ambiente ripreso con uno smartphone nelle miniere di salgemma di Racalmuto in provincia di Agrigento. Il paese di Leonardo Sciascia col quale ha ‘dialogato’ per determinare le forme di quest’opera, leggendo Le parrocchie di Regalpetra, scritto nel 1956. Diventando così anche una sorta di omaggio allo scrittore, che quest’anno ricorrono i trent’anni dalla sua scomparsa, il quale, in maniera cristallina, analizzò la Sicilia vessata e dannata da quei galantuomini, malfattori e detrattori. Sicilia, faro da sempre di cultura nel Mediterraneo e nel mondo restando un luogo-non luogo dove, sia il tempo che lo spazio, sono in un continuo divenire fermo.

Il lavoro consta di due video che in una camera artificiale, dialogano l’uno opposto all’altro. In uno, una macchina-talpa, il quale in un muoversi continuo verticale, si agita per aprirsi un varco, forse. Nell’altro solo polveri bianche, quasi vapori, che occludono una qualsiasi riconoscibilità sia di forme, sia di uno spazio definito. Un rumore di fondo, come di fabbrica, suggerisce un’atavica fatica, in cui l’uomo è incuneato dalla notte dei tempi. Tutto ciò innestato in una camera bianca che suggerisce, sia i meandri dove sono stati registrati i due momenti visivi, sia la camera asettica di recupero dati. Dati che qui sono rarefatti, da ricercare districando l’occhio e i sensi tutti, tra segni minimi, atti a suggerire un possibile percorso per stabilizzare la visione. Stabilità, forse, per fornire un’ancora momentanea di approdo alla coscienza di ognuno.
Il ritmo dell’opera invita, chi esperisce questa visione, ad un altalenare tra un punto e l’altro dello schermo percettivo. L’esperienza, forse, determina la forma di un percorso, di un’idea di sé. Il ritmo è l’impaziente pulsare del cuore il quale nel suo irrorare il campo dell’esistenza chiama, anche, l’organo della parola, a orientarsi in una dialettica necessaria, atta a comprendere che la relazione tra gli umani è l’unica ricerca contemplabile. L’immagine, indefinibile, si dilata e si compatta, mai trovando un’istante di completezza, perché non è dato sapere quale sia la forma compiuta di una qualsiasi vita.

Il senso di disorientamento che produce questa immersione, ci conduce in un gioco perpetuo a scavare nell’indistinto di noi, sapendo già che nel nostro codice, non è contemplata alcuna tregua, alcuna salvezza, alcuna redenzione. Questo Sisifo lo sa.



Antonello Scotti



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